tradimenti
La vicina di casa(parte terza)
algor
03.05.2026 |
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"Mi sedetti sulla poltrona di fronte a Giovanni, osservando Tania mentre armeggiava con i calici..."
L'alba arrivò grigia, con una pioggia sottile che rendeva l'aria pesante. Verso le cinque, sentii il ruggito familiare del motore del camion di Giovanni. Lo vidi svoltare l'angolo del cortile, i fari che tagliavano la penombra prima di sparire sulla provinciale. Era partito. La casa sopra la mia era ora un guscio vuoto, protetto solo da un silenzio che stava per essere violato.Non aspettai un minuto di più. Salii le scale con decisione e bussai. Non un tocco timido, ma il colpo di chi sa di avere la chiave del regno.
Quando Tania aprì, capii subito che non aveva dormito. Indossava una vestaglia di seta chiara, troppo sottile, e i suoi occhi erano arrossati. Non disse una parola, non mi chiese cosa volessi. Si scostò semplicemente, lasciandomi entrare. L'odore di caffè si mischiava a quello del suo corpo ancora caldo di letto.
«Mi stavi aspettando,» dissi, chiudendo la porta con un calcio secco.
Lei abbassò lo sguardo, le dita che stringevano il bordo della vestaglia. «Io sapeva... tu viene. Io sente tuo passo nella testa tutta notte.»
La spinsi verso la cucina, la stanza dove batteva il cuore della sua vita coniugale. La feci voltare di schiena contro il tavolo, lo stesso dove pochi minuti prima, forse, aveva preparato la colazione a suo marito. Le afferrai i capelli, tirandole la testa all'indietro finché non incrociò il mio sguardo.
«Ieri hai capito che la tua scusa del 'dietro non conta' è una cazzata, Tania. Ma oggi voglio che tu lo senta davvero. Voglio che questo tavolo non sia più il posto dove mangi con lui, ma il posto dove mi appartieni.»
Senza complimenti, le sollevai la vestaglia. Ero già pronto, teso e pulsante. Lei sussultò quando sentì la pressione contro la sua parte più proibita, quella "via di fuga" che usava per illudersi di restare pura.
«No... Giovanni... lui appena andato...» mormorò, ma il suo bacino si stava già inarcando, offrendosi con una fame che smentiva le sue parole.
«Giovanni è lontano, Tania. E mentre lui guida, io ti sfondo qui, sul legno dove lui appoggia le mani ogni mattina.»
Entrai con una spinta brutale, senza vaselina, cercando solo il calore stretto della sua carne. Tania cacciò un grido strozzato, le unghie che graffiavano la superficie del tavolo. La possedevo con colpi profondi e ritmici, godendomi il modo in cui il suo corpo rispondeva a quel dolore che diventava piacere.
«Dimmi, Tania...» le sibilai all'orecchio mentre aumentavo il ritmo, «mentre ti prendo così, senti ancora di essere la sua 'mogliettina'? Senti ancora che questo non conta per la tua anima?»
Lei scuoteva la testa, i gemiti che diventavano preghiere senza nome. «No... no... io sporca... io tua... prendi tutto...»
In quel momento, sentii il suo corpo tradirla di nuovo. Nonostante la posizione, nonostante la violenza del rapporto anale, la sua sensibilità era tale che l'attrito e la pressione la portarono al limite. Un altro fiotto caldo, violento, esplose tra le sue gambe, bagnando di nuovo il tavolo, colando lungo le gambe e macchiando il legno scuro.
«Guarda, Tania! Guarda come lo accogli!» gridai, premendo ancora più forte. «Squirti sul suo tavolo mentre ti inculo. Questa è la tua verità. Non sei una moglie, sei la mia sottomessa. E ogni volta che lui si siederà qui a mangiare, tu sentirai l'odore del tuo piacere e del mio seme.»
La lasciai lì, svuotata e tremante sul tavolo della cucina, mentre il silenzio della casa sembrava ora pesare come un macigno sulla sua vecchia vita, ormai distrutta per sempre.
Mentre Tania era ancora lì, scossa dagli ultimi tremiti e con la pelle arrossata dal contatto con il legno duro del tavolo, andai in corridoio a recuperare un pacchetto che avevo preparato. Tornai in cucina e lo sbattei sul tavolo, proprio accanto alla sua mano.
«Aprilo,» ordinai con voce gelida.
Con le dita ancora tremanti, Tania scartò l’involucro. Quando vide il dildo di silicone nero, le sue pupille si dilatarono. Alzò lo sguardo verso di me, cercando una pietà che sapeva non avrebbe trovato.
«Tu... tu vuole che io usa questo?» mormorò, l'accento ucraino reso ancora più marcato dal fiatone.
«Non solo che lo usi, Tania. Da oggi, questa sarà la tua ombra. Lo porterai lì dietro, dove ti ho appena presa, ogni volta che Giovanni è in casa. Quando gli preparerai la cena, quando siederai a guardare la TV con lui, quando andrai a letto e lui ti volterà le spalle per dormire... tu sentirai questo oggetto che ti preme dentro. Ti ricorderà chi è il tuo vero padrone.»
Lei scosse la testa, quasi in preda a un giramento di testa. «Lui... lui può vedere. Se io cammina male... se lui tocca...»
«È proprio questo il punto, Tania. Dovrai imparare a sorridere, a servirlo, a essere la 'mogliettina casta' mentre il tuo corpo è occupato da me. Ogni passo che farai sarà un peccato che lui non può vedere, ma che tu sentirai bruciare.»
La afferrai per i capelli, costringendola a guardare l'oggetto. «Se te lo trovo fuori quando lui è in casa, le conseguenze saranno molto peggiori di un po' di vergogna su un tavolo. Hai capito?»
Tania chiuse gli occhi e annuì lentamente. «Io capisce. Io porta... io sente te sempre. Anche con lui.»
«Bene. Ora mettilo. Voglio vedere come impari a camminare con il mio marchio dentro di te.»
Sotto il mio sguardo implacabile, Tania eseguì l'ordine. La vidi lottare con il proprio corpo, il viso contratto in una smorfia che era un misto di dolore e un’eccitazione sporca che non riusciva più a negare. Quando l'oggetto fu completamente inserito, la feci alzare e le ordinai di rivestirsi.
«Ora torna di sopra. Giovanni tornerà tra qualche ora. Voglio che gli prepari il suo piatto preferito. E voglio che, mentre mangiate, tu mi mandi un messaggio con una sola parola: 'Pronta'. Così saprò che sei seduta lì con lui, ma che sei mia fino all'ultima fibra.»
La vidi uscire dalla cucina, il passo leggermente incerto, le mani che stringevano i lembi della vestaglia. Sapevo che da quel momento, ogni secondo della sua vita coniugale sarebbe stato un inferno di segreti e desiderio. Il mio piano di dominio assoluto era completato: non avevo solo preso il suo corpo, avevo colonizzato la sua realtà quotidiana.
Passarono pochi giorni. Tania stava eseguendo gli ordini con una precisione che rasentava il terrore. Ricevevo i suoi messaggi ogni sera: "Pronta". Sapevo cosa significava. Immaginavo la scena: lei seduta a tavola, intenta a servire la zuppa a quel gigante di Giovanni, mentre il silicone nero premeva contro le sue pareti più intime, ricordandole a ogni movimento chi fosse il suo vero proprietario.
Decisi che era ora di alzare la posta. Sabato sera, sapendo che erano entrambi in casa, salii a bussare. Avevo in mano una bottiglia di vino rosso, una scusa banale per festeggiare un "buon affare" immaginario.
Quando Tania aprì la porta, il suo viso sbiancò. I suoi occhi corsero subito ai miei, poi alla bottiglia, e infine al corridoio dove Giovanni stava guardando la TV.
«Buonasera, Tania. Ho pensato di portarvi qualcosa per brindare,» dissi a voce alta, entrando senza aspettare il permesso.
La Tensione nel Soggiorno
«Ehilà! Il vicino!» esclamò Giovanni, alzandosi con la sua solita goffaggine amichevole. «Vieni, siedi! Tania, porta bicchieri puliti, presto!»
Lei si mosse verso la cucina. Il suo passo era rigido, innaturale. Sapevo che stava lottando per non far trasparire la pressione che sentiva dentro. Mi sedetti sulla poltrona di fronte a Giovanni, osservando Tania mentre armeggiava con i calici.
«Tania sembra stanca stasera, Giovanni. Forse lavora troppo in casa?» chiesi con un sorriso ambiguo.
Lui rise, dandosi una pacca sulla pancia. «Ah, queste donne ucraine sono fatte di ferro. Ma è vero, stasera è silenziosa. Tania! Tutto bene?»
Lei tornò con i bicchieri, le mani che tremavano impercettibilmente. Mentre versavo il vino, le sfiorai intenzionalmente le dita. Sentii una scossa percorrere il suo corpo.
«Sì... tutto bene. Solo caldo,» mormorò lei, senza mai alzare lo sguardo dai bicchieri.
«Beh, brindiamo alla buona vicinanza,» dissi, alzando il calice. Guardai Tania dritto negli occhi. «E alla capacità di mantenere i segreti... quelli che rendono la vita interessante, non è vero Tania?»
Lei bevve un sorso lungo, quasi per soffocare un gemito. Sapevo che in quel momento il dildo la stava tormentando, e il fatto che io fossi lì, a pochi metri dal marito ignaro, rendeva quella pressione insostenibile.
Il Primo Passo verso la Consapevolezza
Mentre Giovanni parlava del camion e dei carichi, io continuavo a studiare le reazioni di Tania. Volevo che lui iniziasse a notare qualcosa, ma senza capire ancora cosa.
«Sai Giovanni,» dissi, interrompendolo, «Tania mi ha aiutato molto in garage l'altro giorno. È una donna molto forte. Dovresti essere orgoglioso di come si prende cura di tutto... anche quando tu non ci sei.»
Giovanni la guardò, quasi vedendola per la prima volta quella sera. «Sì, lei è brava ragazza. Ma a volte non capisco... sembra che nasconde qualcosa, no? È strana da qualche giorno.»
Mi sporsi in avanti, abbassando la voce in modo confidenziale. «Forse ha solo bisogno di qualcuno che la guidi con più... fermezza. Le donne come lei fioriscono quando sanno esattamente cosa devono fare. Vero, Tania?»
Lei lasciò cadere il tovagliolo. Si chinò per raccoglierlo e io vidi la smorfia di piacere e dolore che le attraversò il viso mentre l'oggetto dentro di lei si spostava. Giovanni la guardò confuso.
«Tania, che hai? Sembri che hai spina nel piede,» scherzò lui, ignaro.
Prima di andarmene, le passai vicino in corridoio mentre Giovanni era tornato a guardare la TV. Le sibilai all'orecchio: «Domani, mentre lui lava il camion in cortile, tu scenderai da me. Gli dirai che vai a portarmi dello zucchero. E verrai con il marchio inserito. Voglio che lui ti guardi uscire, convinto che tu sia la sua mogliettina, mentre corri a farti usare dall'uomo che ti possiede davvero.»
Tania annuì, una lacrima solitaria che le rigava la guancia, ormai totalmente schiava della situazione
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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